In questa puntata di Distillery Side abbiamo chiacchierato con Mattia Vita, co proprietario di Nexus Group, azienda leader di prodotti analcolici, e proprietario di Vita Srl, azienda specializzata nella produzione di distillati e prodotti alcolici.
Mattia raccontaci qual è la tua visione dei prodotti analcolici? Possiamo parlare effettivamente di un trend? E voi come azienda cosa state facendo per rimanere al passo?
Il mondo analcolico in realtà non è un trend di adesso. Ciò che qui in Italia è considerato un fenomeno nuovo, una diversa filosofia di bevuta e una proiezione verso il futuro, all’estero è già il presente. Noi, come azienda, abbiamo iniziato più di dieci anni fa, anticipando un pochino i tempi. Ora stiamo cercando di continuare a seguire il fenomeno e accogliere sempre meglio la crescente richiesta di mercato.
Qual è stato il tuo primo approccio con questo settore che forse, appunto, dieci anni fa era un po’ pionieristico.
Nexus nasce già come azienda produttrice di analcolici quali sciroppi, polpe e semilavorati alla frutta per il bere miscelato. Al contempo però eravamo produttori anche di liquori, distillati e di un bitter e un aperitivo a nostro marchio. Già all’epoca, quando ancora non c’era una richiesta specifica di mercato, avevamo visto uno spiraglio per andare verso la realizzazione di spirits analcolici. E così abbiamo fatto questo esperimento, con il primo prodotto, il bitter, che è stato un grande successo.
Quali sono le difficoltà nello sviluppo di un prodotto analcolico rispetto ad uno alcolico e cosa è cambiato negli ultimi dieci anni? Ci sono state innovazioni nel settore che hanno agevolato questo processo?
Sicuramente, non essendoci la parte alcolica all’interno, il primo obiettivo da raggiungere è quello della stabilità: creare un prodotto che duri e si conservi nel tempo il più possibile.
E poi la creazione della parte aromatica. Per dare aroma a un liquore o a un distillato, infatti, si parte proprio dalla parte alcolica e si possono poi utilizzare aromi naturali, artificiali oppure creare degli infusi. La difficoltà con gli analcolici, è quella di riuscire a estrarre le stesse note, gli stessi sentori, usando una lavorazione analcolica, che è più complessa e ha un’estrazione di un livello minore rispetto a quella alcolica. Bisogna quindi usare delle tecniche – che stiamo pian piano affinando anche grazie ai nostri fornitori – per andare un po’ a sopperire a ciò che il consumatore finale vorrebbe sentire al palato.
A questo proposito, proprio per evitare questo tipo di paragoni, sappiamo che ci sono aziende che preferiscono attribuire al nuovo prodotto creato un nome inedito che il consumatore non associ ad una categoria che già conosce. Voi invece avete seguito un’altra scuola di pensiero, ovvero avete creato il vostro limoncello, l’aperitivo, il bitter analcolico; quindi, tutte categorie di prodotto con già dei consumatori attivi che cercano l’alternativa. Puoi dirci perché questa scelta strategica dovrebbe essere migliore?
Questo è un dibattito infinito. C’è chi pensa che bisognerebbe staccarsi dalle categorie del mondo alcolico e chi ritiene che, staccandosi così tanto, si possano creare difficoltà in fase di proposta, soprattutto verso i bartender che rischiano di non riuscire a capire bene come poter utilizzare un prodotto che non è ben definito.
Allo stesso tempo, se si ha a che fare con un bartender di alto livello che sa bene come poter utilizzare ogni materia prima, non dare una categoria predefinita a questi nuovi prodotti, potrebbe portare addirittura ad un utilizzo più ampio.
Noi abbiamo provato entrambe le strade e alla fine abbiamo optato, nella nostra linea Nexus Alcohol Free, per mantenere il nome merceologicamente più affabile. Nella loro promozione però bisogna prestare attenzione: non tutti i prodotti possono essere definiti con il nome identico a quello prodotto alcolico.
Ad esempio, bitter e aperitivo sono due nomi che non identificano per forza una categoria merceologica alcolica, quindi hanno libertà di utilizzo; mentre Limoncello, Gin e Amaro, definiscono chiaramente una merceologia alcolica, quindi le loro alternative analcoliche bisogna per forza definirle in altri modi come, ad esempio, “alternativa analcolica al limoncello” o “distillato botanico alternativo al gin”, e così via.
Hai citato il bartender che è sicuramente l’interlocutore tipo dell’azienda Nexus, perché i prodotti che fate (polpe, sciroppi, ecc.) sono effettivamente studiati per facilitare la vita del bartender dietro il banco. Si tratta, quindi, della figura dalla quale parte la vostra idea di sviluppo di nuovi prodotti. Puoi raccontarci in che modo li coinvolgete nello sviluppo di nuove ricette e che lavoro c’è dal laboratorio fino ad arrivare alla bottiglia?
La nostra azienda, Nexus, si trova a Cassinetta di Lugagnano, un piccolissimo paese di 4000 abitanti in provincia di Milano. Negli ultimi anni stiamo avendo una crescita importante: con il nuovo stabilimento, inaugurato cinque mesi fa, per esempio, abbiamo triplicato le nostre dimensioni e, di conseguenza, la nostra capacità produttiva.
La nostra è un’azienda a conduzione familiare: il fondatore, nel 1998, è mio padre; io sono entrato nel 2011 e mio fratello nel 2014. È mio fratello a seguire la parte di ricerca e sviluppo, c’è lui dietro a ogni ricetta che trovate nelle nostre bottiglie. Io, invece, sono un po’ il “frontman” dell’azienda: vado a parlare con i bartender e con i clienti per ascoltare le nuove esigenze di mercato e raccogliere feedback per valutare l’eventuale creazione di nuovi prodotti.
Nel 2026 lancerete ufficialmente nel mercato italiano la nuova linea ready to mix ossia quei cocktail “già fatti” ai quali va aggiunta la parte alcolica per diventare prodotto finito. Una categoria che parla ad un cliente diverso. Che opportunità di mercato vedete e quali sono, secondo voi, le categorie di clienti che potrebbero essere più interessate a questi prodotti?
Molti ritengono che i ready to mix tolgano il fascino del cocktail bar e che abbiano una qualità più bassa. Per me non è assolutamente così. La differenza la fa capire quale utilizzo farne e chi è l’interlocutore principale di un prodotto come questo.
Mentre in Italia bere un drink durante il pasto è considerata un po’ una blasfemia, all’estero questa è una cosa normalissima. Loro, infatti, sono arrivati a capire prima di noi che quando non si ha la possibilità di avere un bartender formato dietro il banco, è meglio proporre un prodotto già pronto, ma stabile, ossia che qualsiasi giorno della settimana e qualunque sia il bartender dietro il banco, mi offra lo stesso standard qualitativo che mi aspetto.
Ovviamente non è un prodotto da proporre al cocktail bar, ma piuttosto a tutte quelle realtà in cui non ci sia un bartender formato come le navi da crociera, i lidi balneari, i campeggi, ma anche a tutte quelle attività di ristorazione che desiderino ampliare l’offerta con la miscelazione.
Quanto è stato importante il cambio generazionale interno alla vostra azienda, anche e soprattutto per l’aggiornamento rispetto alle novità di mercato?
Io e mio fratello siamo effettivamente molto giovani e abbiamo molta voglia di girare il mondo, ascoltare e provare cose nuove, e questo ci permette di avere una mente un po’ più libera e aperta rispetto ad altre generazioni e portare freschezza all’interno dell’azienda. Ma abbiamo anche la fortuna di avere un padre ancora giovane e attivo e che ha sempre guardato ai nuovi trend in maniera positiva e questo è un grosso vantaggio. Il continuo evolversi del catalogo Nexus e dei nostri progetti, ne sono la dimostrazione.
Tra i vari mercati che avete, l’estero sicuramente copre una fetta importante. Che differenza vedi, nella ricerca di prodotto e di qualità del prodotto, tra gli altri Paesi e l’Italia? Pensi che essere un’azienda made in Italy sia un valore aggiunto per approcciarvi ai mercati stranieri?
Beh, allora partiamo dalla seconda domanda: il made in Italy nel mondo è ancora assolutamente importantissimo, forse meno di quanto lo sia per noi italiani che spesso ci troviamo a prediligere l’utilizzo di prodotti stranieri (penso agli sciroppi francesi). Fortunatamente, invece, all’estero il prodotto italiano è ancora molto, molto apprezzato ed entrare nei mercati esteri con un prodotto made in Italy fa davvero la differenza. Lo dimostra il fatto che, fino a poco tempo fa, avevamo solamente un export manager, ora ne abbiamo cinque, quindi riusciamo ad andare a coprire praticamente tutto il mondo. Ora ci stiamo aprendo a Sudamerica, Stati Uniti, tutta l’Africa, Cina, Giappone e Indonesia. In questo, sicuramente, essere made in Italy ci sta dando una grossa mano. E poi, un altro punto a nostro vantaggio è l’apertura di vedute: ogni volta che c’è una richiesta di un prodotto nuovo, anche se fatta da un piccolo paese, noi cerchiamo di accoglierla perché sappiamo che potrebbe rivelarsi utile anche per altri.
Parliamo proprio degli sciroppi e delle polpe di frutta, ossia dei prodotti da cui è iniziata la vostra storia come azienda. Come si è evoluto questo mercato nel tempo, come sono cambiati i gusti e i trend e cosa vedi per il loro futuro?
Io sono convinto che il mercato sia fatto di cicli e che tutto, prima o poi, torni. All’inizio della nostra attività e ancora nel periodo in cui sono entrato io in azienda, nel 2011, la polpa di frutta, per esempio, la faceva da padrone. Era un prodotto che veniva utilizzato molto dal bartender per proporre cocktail alla frutta di alta qualità.
Dal 2015 circa c’è stato un cambio di vedute, si è iniziato a parlare di home made e i bartender hanno iniziato a crearsi sempre più prodotti in casa. Da lì abbiamo capito che bisognava cercare di supportarli, ampliando la gamma degli sciroppi con un range di gusti molto più ampio.
Oggi si sta di nuovo invertendo la rotta: il bartender si sta accorgendo che forse il tempo passato a creare tutti gli ingredienti che utilizza dietro il bancone, potrebbe investirlo meglio in altro modo, a migliorare il servizio per esempio. E quindi sta capendo che aziende come la nostra, che offrono un prodotto di qualità, possono davvero supportare il loro lavoro.
E qual è lo stereotipo che odi di più sugli sciroppi da parte dei clienti?
Beh, sicuramente la classica affermazione “Lo sciroppo? E cosa ci vuole farlo?!” oppure “È tutto chimico”.
Non è così. Insomma, sicuramente si tratta di un prodotto apparentemente semplice, perché la base è acqua e zucchero, però poi un grande ruolo lo giocano la qualità degli aromi, artificiali o naturali, il tipo di zucchero, la quantità di coloranti che si decide di impiegare per realizzarlo. E queste scelte influiscono molto sulla qualità finale.
Noi cerchiamo di dare un prodotto sempre più naturale possibile, di rimuovere, ove possibile, i coloranti; nei nostri prodotti fruttati, c’è sempre almeno un 12% di frutta e succo di frutta. Insomma, stiamo cercando comunque di migliorare sempre di più i nostri prodotti.
Ciclicamente andiamo ad assaggiarli perché vogliamo essere sicuri che non possiamo essere attaccati sotto nessun punto di vista, neppure sull’estetica. Cerchiamo di realizzare bottiglie comode, bottiglie che, se messa in speed rack possano essere letta facilmente dal bartender e che possano aiutarlo a creare dei drink che abbiano la qualità che vogliamo proporre.
Hai citato un po’ il rebranding che avete fatto di alcuni prodotti nel corso del 2025. Sappiamo che molti altri arriveranno. Senza spoiler, puoi darci un’indicazione di quali saranno i progetti focus per il 2026?
In generale è dal 2023 che, con l’obiettivo di restare al passo con i tempi e allinearci ad un mercato di alto livello, abbiamo sempre di più aumentato la gamma della nostra offerta ed iniziato a fare rebranding della nostra linea di sciroppi, cercando di elevare sempre di più la proposta. Adesso stiamo cercando di replicare questo processo anche sugli altri prodotti, per continuare ad offrire proposte sempre più interessanti.
Il focus dell’azienda è sempre stato sulla parte analcolica. Negli ultimi anni però avete realizzato anche prodotti alcolici con ottimi risultati, come i Liquori Di Vita, le creme alcoliche, ecc. Pensate di sviluppare più questo canale oppure di concentrarvi e migliorare le linee che già avete?
Sicuramente la nostra filosofia è sempre stata quella di poter offrire al cliente una gamma più completa possibile di prodotti che gli consenta di poter trovare tutto, o quasi, da noi come unico fornitore. Quindi, chiaramente, non potevamo limitarci alla produzione di analcolici. L’idea è poi quella di inserire alcune chicche per offrire sempre una novità, far parlare di noi e mostrare le nostre capacità. Abbiamo la fortuna di essere non solo produttori del nostro marchio, ma anche per conto terzi e quindi questo ci permette di poter sperimentare cose che magari non avevamo in mente ed essere continuamente sollecitati su nuove metodologie di produzione e nuovi prodotti che ci danno nuove idee.
Negli ultimi tempi la volontà delle aziende nel lanciare nuove referenze è decisamente aumentata, ci sono sempre più brand sul mercato e la concorrenza è decisamente aumentata. Come la vedi?
Prima chi pensava a fare un prodotto era qualcuno che voleva mettere su un’azienda, creare un brand e portare avanti questo. Negli ultimi 15 anni, un po’ com’è accaduto per la figura dello chef nel mondo della cucina, abbiamo assistito all’innalzarsi della figura del bartender che ha iniziato ad avere una visibilità diversa e a voler trasmettere il proprio “io” anche all’interno di un prodotto. Per questo, negli ultimi anni, tanti professionisti del settore hanno iniziato a rivolgersi a noi per realizzare una loro gamma di prodotti.
Il nostro dovere di produttori è quello di consigliarli e aiutarli a capire che non si tratta solo di un gioco; sensibilizzarli su quanto serva per mettere in piedi un brand, aiutarli a capire se l’idea abbia un senso. Personalmente preferisco perdere una vendita, piuttosto, ma aiutare loro a capire qual è la cosa migliore da fare, anche rifiutando un progetto. Questo ci ha portato ad avere clienti importanti, con prodotti che hanno vinto molti premi e ottenuto un’ampia distribuzione. Ed è davvero motivo di orgoglio per noi.
Ancora una domanda sul marketing. Sappiamo che un nuovo brand o una nuova persona che decida di fare impresa in questo settore deve affrontare sicuramente il tema del marketing. Tu credi che le aziende sappiano quanti investimenti ci sono dietro a un prodotto oppure, al contrario, pensi che ultimamente si stiano concentrando anche troppo su questo aspetto e forse troppo poco sulla qualità effettiva del prodotto?
Sicuramente negli ultimi anni ci stati casi di prodotti dove il marketing era tutto e poi il prodotto non era a livello. Per noi il prodotto viene prima di ogni cosa, però ci rendiamo conto di quanto sia importante avere dei canali di comunicazione dove poter raccontare il prodotto, avere siti web accoglienti, social network che parlino la lingua del bartender o del consumatore finale, avere persone sul campo che vadano a parlare del prodotto, non solo a venderlo, con seminari e masterclass. Sono tutte cose che nel 2025 non puoi non avere. E deve esserci il giusto bilanciamento tra le due cose: avere un buon prodotto nella bottiglia ma anche investire in marketing e seguire i giusti trend.
Come si vede Nexus nel 2032, nel 2040?
Beh, sicuramente io vedo una Nexus ancora più al passo con i tempi, con un catalogo ancora più importante e più presente nei confronti del bartender. Gli ultimi anni ci hanno permesso di fermarci, analizzare ciò che stavamo facendo e capire come migliorarci. Per il futuro, mi piacerebbe mantenere questo modus operandi, continuare a lavorare con aziende che hanno voglia di innovare come 1492 Coloniale Group, restare sempre al passo con i tempi, avere sempre maggiore consapevolezza e magari diventare lanciatori di mode.